Perché investire nella Ricerca? il Presidente Gasparri risponde.

Un documento sulla ricerca scientifica in Italia presentato dalla Fondazione Italia Protagonista, presieduta dal Senatore Maurizio Gasparri, affronta il tema della razionalizzazione della ricerca italiana e propone delle soluzioni per superare alcuni cronici problemi che la affliggono da anni, anche a causa di un’insufficiente coinvolgimento del sistema produttivo da parte delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca (EPR). Il documento entra nel dibattito politico data  la delega al Governo ad emanare, in base all’art.13 della Legge 7 agosto 2015 n.124, uno o più decreti legislativi volti a istituire uno statuto speciale per il comparto della ricerca pubblica rispetto a quello della pubblica amministrazione con l’obiettivo di favorire e semplificare le attività degli EPR. Di qui  l’utilità di un confronto chiaro e non ideologico tra gli “addetti ai lavori” e le forze politiche per provare a realizzare questi obiettivi.

Roma - 21 dicembre 2015

D: Presidente Gasparri da quando si occupa anche dei problemi dell’università e della ricerca

R: Il documento realizzato dalla Fondazione Italia Protagonista per la razionalizzazione del sistema della ricerca in Italia non è una “prima volta”; le ricordo che la Destra italiana a metà degli anni ’90 con  Alleanza Nazionale istituì la Consulta Nazionale per l’Università e la Ricerca coinvolgendo più di 250 tra professori universitari e ricercatori in tutta Italia che, per le elezioni politiche del 2001, predispose un documento su cui si  è articolata gran parte della politica dell’ università e della ricerca dei Governi di Centrodestra fino al 2011, anno in cui siamo stati estromessi dal Governo del Paese.

D: Cosa concretamente è stato realizzato in questi dieci anni dal Centrodestra

R: Con il Ministro Moratti dal 2001 al 2006, si realizzò la riforma degli Ordinamenti didattici (lauree triennali e magistrali) con il coivolgimento di tutti gli attori interessati e, per la prima volta, anche con i rappresentanti delle Professioni. La riforma fu approvata poi dal ministro Mussi che, dopo aver assunto una posizione critica, la condivise totalmente e la approvò. Inoltre si realizzò la  riforma del CNR, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e dell’Agenzia Spaziale Italiana, e, dal 2008 al 2011 con il Ministro Gelmini, fu approvata la prima riforma organica delle università, la revisione della normativa di principio in materia di diritto allo studio universitario e, infine, la riforma di tutti gli EPR vigilati dal MIUR. Nonostante questi importanti interventi però non sono state ancora pienamente risolte alcune criticità che impediscono al nostro Paese di competere alla pari in un mondo sempre più globalizzato.

D: In sostanza cosa chiedete al Governo: più investimenti e più ricercatori

R: A nostro avviso, oltre all’ovvio e doveroso impegno del Governo nella direzione dell’aumento dei fondi destinati alla ricerca, di una migliore ripartizione degli stessi e dell’incremento del numero dei ricercatori, il punto più qualificante di una nuova agenda politica sulla ricerca riguarda la risoluzione di quel problema – che sembra insuperabile – rappresentato dalla mancanza di attrattività dei nostri luoghi di ricerca  nelle università e negli enti pubblici di ricerca.

D: Può essere più preciso Presidente sul significato di attrattività

R: A differenza di quanto si pensa il problema  non è la cosiddetta “fuga dei cervelli” di cui si parla da decenni ma, piuttosto, l’assenza totale di un flusso inverso di validi ricercatori verso l’Italia, costituito non solo dai nostri migliori giovani che ritornano ad operare nel loro Paese dopo un periodo trascorso all’estero, ma soprattutto con l’inserimento di giovani di valore, formatisi in altri Paesi, che siano invogliati a svolgere la loro ricerca in Italia.

D: Quali le cause di questa mancanza di attrattività

R: Quello che manca alle nostre università e ai nostri EPR  non è certo, fatte sempre le dovute eccezioni, la qualità della formazione e della ricerca, testimoniata dai risultati e dalle posizioni brillanti che i nostri giovani conseguono all’estero, quanto l’assenza di regole di  “governance” e di modelli organizzativi simili a quelle presenti in tutti i Paesi più competitivi. Purtroppo in Italia, solitamente, la gestione dei luoghi di ricerca non è caratterizzata dal “merito” bensì da meccanismi familistici o di omogeneità socio-culturale e da logiche di dipendenza dei giovani ricercatori dai “maestri” di turno, siano essi professori universitari oppure ricercatori anziani. Tutto ciò va a scapito della qualità e della competizioni tra i migliori rendendo i nostri luoghi di ricerca non attrattivi per chi voglia mantenere la sua autonomia e competere grazie ai propri meriti professionali.

D: Avete una ricetta per risolvere questo problema

R: Per cambiare queste logiche di gestione della ricerca è necessario procedere all’introduzione di principi normativi che garantiscano la possibilità per il giovane ricercatore di usufruire di una reale mobilità fra differenti strutture di ricerca pubblica, le imprese e le istituzioni scientifiche private; di avere una gestione diretta ed autonoma dei fondi di ricerca acquisiti e la loro “portabilità”; di valutare le proprie opportunità di carriera nel quadro di un sistema di reclutamenti pubblici chiaramente programmati; e, non meno importante, di ottenere riconoscimenti effettivi del proprio lavoro, anche economici, e la valorizzazione dei risultati ottenuti. Ovviamente si tratta di un cambio culturale che non si risolve solo con un provvedimento normativo ma occorre incidere anche sulla formazione dei nostri universitari. Infatti, alle criticità settoriali contribuiscono, non poco, anche i meccanismi della formazione universitaria e dei primi passi della carriera accademica che concorrono a produrre una scarsissima mobilità dei nostri giovani ricercatori in Italia, nonostante gli stessi siano talmente dinamici, motivati e appassionati al proprio lavoro da essere pronti ad emigrare pur di potere fare ricerca nelle migliori condizioni, vincendo concorsi all’estero oppure scegliendo di collaborare con imprese ed istituzioni di altri Paesi.

D: Concretamente cosa si può fare per favorire una maggiore autonomia dei nostri giovani ricercatori

R: Non dobbiamo inventarci nulla di diverso da quello che avviene nei Paesi sviluppati nostri competitori. Negli Stati uniti, in Inghilterra e in Francia ad esempio, uno studente laureato in una università spesso cambia sede per il dottorato. Una volta dottorato, va a ricoprire un post-doc all’estero o comunque in una sede diversa e cambia istituto ad ogni post-doc successivo. La motivazione di ciò è che il giovane ricercatore, durante la sua formazione, debba entrare in contatto con il maggior numero possibile di persone, di metodi, di idee, con l’obiettivo di diventare autonomo e potersi quindi candidare per un posto “permanente”. In Italia quasi sempre avviene il contrario; i nostri giovani tendono a mettersi “in coda”, ogni professore universitario o direttore di istituto di ricerca quasi sempre ha la propria “coda” di studenti in fila per un posto permanente. I ricercatori non sono spesso incentivati a sviluppare una propria ricerca e le collaborazioni in modo autonomo. Il fatto di collaborare con diversi docenti è spesso malvisto; bisogna sapere stare nella propria “coda”. Tutto ciò  rende il sistema dei reclutamenti molto rigido, vincolato a dinamiche personali, e in questa situazione è molto difficile che il merito venga riconosciuto come criterio principale.

D: Cosa pensate del ruolo dei settori umanistici che si sentono trascurati e non valorizzati

R: Pensiamo che il ruolo dei settori umanistici, DNA culturale del nostro Paese, sia strategico quindi non vanno ghettizzati ma valorizzati ed integrati con quelli scientifici in una realtà sempre più multidisciplinare favorendo la  “trasportabilità delle conoscenze” al sistema Italia e la generazione di valore aggiunto sotto il profilo socio-economico.

D: Quali interventi proponete per razionalizzare la rete di ricerca in Italia

R: Crediamo che prima di iniettare nuove risorse nella ricerca, sia umane che finanziarie, occorra rivedere completamente la sua organizzazione. Innanzi tutto è necessaria la creazione di un apposito Comparto della ricerca nell’ambito della Pubblica Amministrazione (PA) data la sua peculiarietà rispetto al resto della attività proprie della PA. Il comparto ricerca deve garantire margini di manovra più ampi e un’adeguata flessibilità operativa, con una piena autonomia responsabile analoga a quella universitaria.

D: Pensa che ciò basti a risolvere il problema della frammentazione dei nostri EPR

R: Sicuramente no; occorre infatti portare a sistema l’insieme di tutti gli EPR e non solo quelli vigilati dal MIUR ma anche quelli vigilati dagli altri Ministeri. Questa esigenza nasce dalla consapevolezza che in una fase storica dominata dalla globalizzazione l’Italia va vista come un tassello importante del “puzzle” Europa e deve quindi programmare le sue scelte e i relativi investimenti con l’obiettivo di competere in Europa e nel mondo come un unico Sistema ricerca.

D: Può essere più preciso Presidente Gasparri

R: Il coordinamento delle politiche generali di ricerca andrebbe pertanto affidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri anche per evidenziare il carattere strategico della ricerca.  La "cabina di regia" della Presidenza del Consiglio dei Ministri permetterebbe una gestione complessiva e razionale di tutti i fondi nazionali e quelli strutturali europei destinati alla ricerca e alla innovazione coinvolgendo tutti gli EPR attualmente vigilati da diversi Ministeri e le università, migliorando il coordinamento e la ripartizione degli stessi ed il mondo delle imprese.

D: Ma quale sarebbe il ruolo che avrebbero gli EPR, le università e le imprese

R: Cercherò di semplificare il progetto dicendo che andrebbe istituito un Comitato Interministeriale della Ricerca presieduto dal Primo ministro al fine di definire le politiche della ricerca, i relativi stanziamenti, sviluppare gli atti di indirizzo, le priorità strategiche e predisporre il Piano Nazionale della Ricerca. La gestione degli strumenti di finanziamento e tutta una serie di compiti gestionali, tra cui la gestione centralizzata di tutti i finanziamenti dedicati alla ricerca ad oggi distribuiti tra gli EPR, le università e le imprese andrebbe assegnata ad un’Agenzia Nazionale della Ricerca, che dovrebbe adottare meccanismi e schemi di organizzazione e valutazione simili a quelli adottati dall’European Research Council (ERC). Rimarebbe ovviamente ai soggetti attuatori della ricerca (università, EPR ed imprese) il compito di implementare in piena autonomia responsabile le linee programmatiche e gli obietti generali delineati dal Comitato Interministeriale e declinati nel Piano Nazionale della Ricerca.

D: Sarebbe un’ennesima riforma a costo zero

R:  La spesa italiana in ricerca e sviluppo è, come ben noto, tra le più basse delle grandi economie industriali. Il ritardo è dovuto principalmente alla spesa del settore privato, pari a circa la metà di quella media europea. Ma anche le risorse pubbliche sono inferiori alla media, circa lo 0,52 percento del PIL, cioè 0,18 percento del PIL in meno rispetto alla media OCSE che corrispondono però a circa 3 miliardi di euro. Inoltre alle minori risorse investite corrisponde un minor numero di ricercatori e un minor potenziale d’innovazione che come conseguenza vede l’Italia da molti anni regalare ingenti risorse finanziarie ai nostri competitori europei. Infatti la quota dei fondi che recuperiamo a livello competitivo nei Programmi Quadro europei dedicati alla ricerca è inferiore alla somma dei contributi italiani al budget dell’Unione: per ogni euro investito recuperiamo circa 70 centesimi. Questa limitata capacità di recuperare risorse mostra come l’Italia soffra del complessivo sottodimensionamento del sistema della ricerca. D’altra parte se si rapportano al numero dei ricercatori, le risorse appaiono elevate nel confronto con i grandi Paesi dell’Europa continentale e mediterranea. Ma poche risorse investite e pochi ricercatori si traducono in minore possibilità di intercettare le ingenti risorse che l’Europa sta investendo in ricerca.

D. A quanto ammonta il regalo che l’Italia fa ai nostri competitori europei

R: Cifre ingenti dell’ordine di centinaia di milioni di euro all’anno. Ricordo che il contributo per la ricerca che l’Italia è tenuta a versare all’Unione Europea  è di circa il 14 percento del totale. Tali risorse  vengono distribuite su base competitiva ai vari Paesi Europei attraverso i Programmi Quadro (PQ) che per il PQ7, periodo 2007-2013, era di circa 48 miliardi di euro; di questi oltre 6 miliardi sono stati forniti dall’Italia e, da un’analisi ex-post, risulta che ne abbiamo lasciati ai nostri partern oltre due di miliardi.  Se non si troveranno soluzioni rapide, con il prossimo PQ8, denominato Horizon 2020  per il periodo 2014-2020,  che distribuirà  circa 80 miliardi di euro, l’Italia rischia di perderne circa 5 degli oltre 10 miliardi che dovrà versare all’EU. Inoltre, per una colpevole disattenzione della politica italiana che pur dicendosi europeista ha inviato per molti anni in Europa anche i “trombati” della politica nazionale, non preoccupandosi di costruire una rete qualificata. In conseguenza di ciò la difficoltà a riconquistare risorse su base competitiva dipende anche da una rete lobbistica, costruitasi negli anni in Europa, che  favorisce in alcuni settori  i  progetti di ricerca presentati da altri Paesi a cui, guarda caso, appartengono i componenti le commissioni di valutazione dei progetti.

D: Ma è vero che i nostri ricercatori  hanno ricevuto il più alto finanziamento europeo procapite

R: Si è vero in particolare per il Programma Quadro 7. Inoltre questa eccellente competitività dei nostri ricercatori trova riscontro anche nella qualità della loro formazione. I dati relativi agli ultimi grant europei di eccellenza per giovani (ERC starting grant) mostrano che gli italiani si sono collocati al terzo posto in Europa, peccato però che oltre il 40 percento dei vincitori lavorino all’estero, a riprova che solo all’estero in ambienti dove il merito è valorizzato, riescono a capitalizzare più facilmente le loro competenze    L’Italia, in particolare, risulta essere prima per percentuale di ricercatori che svolgono questi progetti europei all’estero (40 percento) ma è ultima per percentuale di ricercatori stranieri che lavorano da noi su questi stessi progetti (10 percento). L’Inghilterra al contrario ha circa queste stesse percentuali, ma invertite a riprova della non attrattività dei nostri centri di ricerca.

D: Presidente Gasparri, per concludere, quali sono concretamente le possibilità per l’Italia di acquistare competitività a livello internazionale nel settore della ricerca e dell’innovazione

R: Il nostro Sistema della Ricerca può essere riallineato in tempi ragionevoli a quello dei nostri maggiori competitors internazionali, ed europei in particolare, introducendo regole di trasparenza, meritocrazia ed autonomia-responsabile per i ricercatori. Ovviamente non ci si può illudere che questo cambiamento culturale si possa realizzare  in tempi brevi  e tantomeno con dei soli provvedimenti legislativi, ma richiederà degli anni in cui potremo sfruttare anche una congiuntura favorevole per il rinnovo di parte significativa del “capitale umano” dedicato alla ricerca.  Infatti nei prossimi cinque anni andranno in pensione oltre 9000 docenti universitari, il 17 percento del totale; sarà quindi necessario assicurarne il ricambio (circa 1.800 docenti all’anno) per garantire la didattica, il governo degli atenei e parte significativa del  potenziale di ricerca del Paese. Analoga situazione si riscontra nel personale non docente.  Ragionevolmente un’analoga situazione si manifesta anche per il turn-over che si avrà nel personale degli EPR nei prossimi anni. Non meno importante è realizzare una ragionevole programmazione delle assunzioni a tempo indeterminato che deve comunque avvenire solo quando i ricercatori abbiano dimostrato di avere le qualità professionali e di autonomia necessarie per coprire quel ruolo, così come avviene negli altri Paesi avanzati. Tutto ciò si deve accompagnare ad una contestuale iniezione di nuove risorse finanziarie oltre che al recupero di una parte significativa (35 percento) della quota che l’Italia versa in Europa. In conclusione non dobbiamo sprecare l’occasione di trovare quelle soluzioni necessarie per un cambiamento soprattutto culturale, e uscire da una stagnazione delle coscienze e delle idee  e tornare ad occupare quel ruolo che ci spetta in europa e nel mondo avanzato.

Cliccando qui potrete leggere il documento completo "La ricerca italiana nel sistema produttivo globale - Proposte di  interventi normativi per la razionalizzazione della rete di ricerca italiana"